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e-rph 4, jun.09 | ISSN 1988-7213 | revista semestral
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e-rph nº 4, junio 2009
Intervención | Estudios
 
 
Sala de las Cariátides en el Palacio Real de Milán. Estudios para su restauración | Beatricie Vivio
 
    

 

1. La storia del palazzo Reale di Milano

Fondato nel XII secolo sul Broletto medievale, sede del governo della città sin dal periodo dei Comuni, il Palazzo Reale di Milano è stata una residenza ducale, poi regia, le cui ripetute trasformazioni, nel cuore del capoluogo lombardo, registrano di pari passo le vicende storiche della città.

Impostato in origine su un doppio sistema di cortili – la corte maggiore e la seconda corte, poi trasformata in giardino –, il complesso è divenuto centro politico durante il periodo delle Signorie Torriani, Visconti e Sforza, cedendo una parte delle sue strutture alla costruzione della cattedrale [Link 1]. Assunto nel primo Cinquecento come sede di rappresentanza per il soggiorno dei re francesi in visita a Milano, ha poi testimoniato i fasti mondani del ducato di Ferrante Gonzaga, consigliere e comandante di Carlo V incaricato di assumere il governo della città dal 1546. Nonostante i primi sfarzi, a seguito dell’apertura dell’impero agli spagnoli operata da Ferrante e della dura politica fiscale con cui sottomise la città, anche il palazzo ducale si vide sottoposto ad austere ristrutturazioni, quando il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano fra 1560 e 1584, ne adattò il braccio orientale per ospitare la sede arcivescovile e la Canonica degli Ordinari.

A partire dal Seicento assunse il doppio ruolo di perno della vita di corte e di teatro popolare stabile, funzione acquisita con la costruzione di una prima sala teatrale in onore della principessa Margherita d’Austria, promessa sposa del neoassunto re di Spagna Felipe III, e con successivi allestimenti scenografici nei saloni del piano nobile e volumi lignei [Link 2] appositamente addossati nei cortili, scomparsi a causa di ripetuti incendi [Link 3]. Nel Settecento, quando la politica milanese passò definitivamente dalle mani degli spagnoli al dominio asburgico, il palazzo fu profondamente ristrutturato e arricchito con fastosi decori ispirati al cosiddetto barocchetto lombardo e successivamente, rinnovato poi in chiave neoclassica. Nel susseguirsi dei citati eventi, il complesso fu progressivamente menomato e ridotto per lasciare spazio all’erezione della navata del duomo, inizialmente ferma a sei campate, e per completarne finalmente la facciata. Da ciò risultarono penalizzate la corte maggiore e i tratti delle maniche laterali di volta in volta sopravvissuti [Link 4].

La sistemazione del complesso come sede del governo del Regno dell’Italia settentrionale, in seguito agli stravolgimenti del periodo napoleonico, diede spazio all’ultima grande stagione decorativa del palazzo. Ma di fatto, i Savoia, subentrati nel governo dal 1859 con l’accorpamento della Lombardia allo stato del Piemonte, preferirono soggiornare nella Villa Reale di Monza e mostrarono un progressivo disinteresse per la residenza cittadina, dando inizio ad una serie di smantellamenti che, perdurati fino agli inizi del Novecento, ridussero l’impianto alle dimensioni attuali.

Dal 1919 il palazzo venne acquisito dallo Stato e nel 1922 il Ministero della Pubblica Istruzione lo restituì alla cittadinanza come Museo d’Arte Applicata all’Industria, lasciando solo alcuni spazi del grande complesso a disposizione della casa reale, del Comune di Milano e delle giovani istituzioni statali. Nel 1936, nell’ambito della sistemazione monumentale dell’area del duomo, l’antistante piazza Diaz acquista definitivamente l’aspetto attuale su progetto di Piero Portaluppi, Giovanni Muzio, Pier Giulio Magistretti ed Enrico Agostino Griffini, con la riduzione simmetrica a cinque campate dei due bracci laterali dell’antica corte e l’addossamento del nuovo palazzo dell’Arengario a quella che costituiva prima la manica più lunga [Link 5].

[Ilustración 1]


Ilustración 1. Braccio orientale del palazzo Reale, denominata ‘Manica Lunga’ (1936), dopo la sua riduzione e accorpamento al palazzo dell’Arengario, con la salvaguardia della Sala delle Cariatidi (foto Giovanni Dall’Orto, 2007). Brazo oriental del palacio Real, llamado “Manica Lunga” (1936), después de su reducción por la incorporación del palacio del Arengario con la salvaguarda del salón de las Cariátides (foto Giovanni Dall’Orto, 2007).

La seconda guerra mondiale infligge il colpo decisivo alle strutture del complesso, la cui riparazione si protrae fino ai nostri giorni.

La ricostruzione è affrontata progressivamente, dapprima con l’apertura del Museo del Duomo negli ambienti a pianterreno e, in seguito, con le iniziative del Comune, che a partire dal 1956 ne diviene ufficialmente proprietario a cambio della cessione allo Stato dell’Ospedale Maggiore alla Ca’ Granda. Dopo una prima tappa di restauri operati nel 1984 dagli architetti Alberico Belgiojoso e Italo Rota [Link 6], viene resa agibile l’ala occidentale: il pianoterra è dedicato a mostre temporanee e il secondo piano destinato al Museo Civico d’Arte Contemporanea. Una seconda campagna di restauri, svoltasi fra 1999 e 2000, ripropone l’arredo degli ambienti di corte al fine di restituire l’aspetto dei saloni di rappresentanza, a testimonianza delle stagioni decorative dell’epoca teresiana e neoclassica, del periodo napoleonico, della restaurazione e dell’Unità d’Italia [Link 7]. Infine, si procede alla ricomposizione dell’appartamento reale del XIX secolo.

2. La sala delle Cariatidi

La sala da ballo detta Sala delle Cariatidi, sita al piano nobile nell’estremo della manica occidentale della grande corte, si può far risalire ad un progetto di Francesco Croce della prima metà del Settecento che unificò le due sale dei Festini e degli Imperatori in un unico enorme Salone da Ballo di circa diciassette metri di larghezza per quarantasei di lunghezza. Due palchi per le orchestre si protendevano a mezza altezza dei prospetti più brevi, raccordati da un ballatoio addossato ai lati lunghi, anch’esso sopraelevato. Si dice che proprio le frequenti serate organizzate in tale grande ambiente dal governatore Gian Luca Pallavicini, nella seconda metà del Settecento, favorirono l’impulso decisivo impresso al genere musicale della sinfonia dal celebre musicista e compositore Giovanni Battista Sammartini. La demolizione dei vecchi avanzi della fabbrica prospicienti il duomo risparmiò sempre la cosiddetta ala del Senato per tutto il tratto comprendente la Sala.

Gli adeguamenti del palazzo al gusto neoclassico, eseguiti per la corte asburgica dal regio architetto Giuseppe Piermarini (1774-1778)(1), scandirono l’apparato decorativo interno alla sala in due ordini, quello superiore ritmato da semicolonne corinzie, intercalate fra i vani finestra e le statue di Giuseppe Franchi raffiguranti divinità della mitologia classica, e quello inferiore, con i vani finestra alternati a trumeau con ampie specchiere e intervallati dalle quaranta cariatidi di Gaetano Callani che danno nome alla sala, poste a sostegno dei mensoloni del ballatoio [Ilustración 2] (2). Le superfici libere da rilievi plastici vennero finemente decorate con policromie a finto marmo e abbondanza di cornici dorate predisposte da Giocondo Albertolli, noto decoratore legato a Piermarini che nel 1776, proprio mentre lavorava nel cantiere, divenne professore di ornato all’Accademia di Brera.


Ilustración 2. Rappresentazione di uno dei balli di corte nel salone delle Cariatidi ad opera dell’artista Antonio Bonamore (1875). Representación de uno de los bailes de corte en el salón de las Cariátides del artista Antonio Bonamore (1875).

A inizi dell’Ottocento, l’artista Andrea Appiani, incaricato del completamento degli affreschi nei saloni di rappresentanza, aggiunse alla Sala una serie di tele raffiguranti i Fasti di Napoleone (1801-1807), appese a ridosso della ringhiera lungo tutta la balconata (Colle-Mazzocca, 2001: 295-302). Tali dipinti, alla caduta di Napoleone nel 1814 vennero subitamente rimossi e depositati all’Accademia di Brera, allorché si decise di lasciare a vista soltanto le imprese imperiali celebrate mediante affreschi [Link 9], opere di più difficile sostituzione. Nel 1837, mentre Francesco Hayez affrescava il Trionfo di Ferdinando I d’Austria sulla volta della Sala delle Cariatidi, gli Asburgo commissionarono al pittore Carlo Arienti nuove tele da appendere alla ringhiera con i Fasti di Maria Teresa e dei suoi successori [Link 10]. Per illuminare appropriatamente tali dipinti venne installato un festone ricco di lumi alla base della balconata [Link 11], lungo tutto il perimetro, in aggiunta all’impianto esistente, composto dai sontuosi lampadari – che erano stati commissionati dall’architetto Luigi Canonica ad un cristalliere di Boemia nel 1803 – e dai girandò, cerchiature in ferro battuto munite di lumi su braccetti che erano state affissi attorno alle cariatidi e alle semicolonne superiori [Link 12]. Il festone perimetrale, oltre a moltiplicare gli effetti d’illuminazione dell’ambiente, ne ingentilì ulteriormente le proporzioni sottolineando la partizione orizzontale a mezza altezza del volume aggettante della balconata [Link 13].

Con l’arrivo dei Savoia, nel 1859 i Fasti di Napoleone dell’Appiani furono ricollocati nella loro sede originaria, mentre le magnificenze di Vittorio Emanuele II vennero esibite in un altro ambiente del palazzo, ossia nella cosiddetta Sala della Lanterna. Nonostante questa ed altre iniziative marginali, però, i sabaudi si mostrarono sempre più propensi alla dimora in villa e lasciarono il palazzo asburgico in un disuso che intaccò inesorabilmente anche le condizioni della Sala, al punto che, nella notte del 4 novembre 1918 una porzione della volta con l’affresco dell’Hayez piombò a terra, proprio mentre si firmava il trattato di pace che metteva fine all’impero austriaco. Il residuo della volta ancora in piedi venne definitivamente distrutto, assieme alle tele dell’Appiani, dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. La Sala fu infatti colpita nel 1943 da uno spezzone incendiario che infiammò il sottotetto e arse lentamente l’orditura lignea della copertura. Le grosse capriate lignee crollarono, travolgendo volta e ballatoio perimetrale [Link 14] e bruciando il pavimento; l’elevata temperatura surriscaldò gli stucchi e ne alterò non solo il colore ma anche la materia costitutiva.

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